23 December 2011

Rui Chafes



Sensuali, sinuose, gustosamente surreali. Ma anche luminose, incandescenti, metafisiche e sottilmente organiche. Le forme proposte dal portoghese Rui Chafes (classe 1966) per gli scenari di Matera si pongono come spazi e contro-spazi di un panorama visivo attraverso il quale l’artista calibra le distanze e guarda al paesaggio lucano come ad una grande scultura naturale. (L’oggi così lento e lo ieri così breve è, ad esempio, un’opera attraverso la quale lo spettatore è invitato a guardare dal mirino di una scultura una seducente installazione ubicata tra le rocce del Sasso Barisano).
Entrate per la porta stretta. Questo il titolo scelto da Rui Chafes per la sua personale curata da Giacomo Zaza in alcuni punti di Matera, e precisamente per il complesso chiesastico Convicinio di Sant’Antonio. Quasi ad indicare uno sforzo difficile che richiede il massimo impegno, Entrate per la porta stretta (una frase che l’artista prende a prestito da Luca per creare un rapporto di compartecipazione riflessiva con Il Vangelo Secondo Matteo di Pasolini) rappresenta, così, un viaggio felice mosso dalla volontà di compenetrare – grazie ad una lettura metrica tra interno ed esterno, aperto e chiuso – i territori dell’architettura con quelli dell’urbanistica.
«Le opere per Matera», suggerisce Zaza nella presentazione che confluirà nel prossimo catalogo, «diventano», grazie a questa disposizione metodologica, «delle anime vaganti, presenze inquietanti all’interno di un sito arcaico, mitico e umano al tempo stesso».
Il silenzio di Giorgio De Chirico, Il tempo è il mio unico amico, la meravigliosa Luna esausta o una delicatissima Luna morta di freddo che pende dalle pareti di una vecchia chiesa di campagna. Sono alcune opere che compongono questo itinerario davvero unico e prezioso in cui i lavori di Chafes – tutti rigorosamente in acciaio verniciato con smalto nero – si pongono come le parti eccezionali (e forse mancanti) di un paesaggio meraviglioso.

18 December 2011

Appunti estetici - sulla via dell'ubiquità


L'arte è in grado di trasportare, ricostruire e diffondere (in ogni luogo) il sistema di sensazioni in cui la vita, piega fragile che si ripiega su se stessa, si pone come inevitabile unitaria continuità nella catastrofe ordinaria del quotidiano.
In molte opere d'arte del contemporaneo nate sotto il segno dell'informazione globale, il prefisso ubiquitario sembra essere cifra espressiva indispensabile e imprescindibile. A volte, puro escamotage linguistico. Altre, ancora, accesso ad un pubblico planetario che, in molti casi, diventa parte integrante dell'opera o cooperatore stesso del processo artistico.
 

11 December 2011

Monica Alonso - Angustia Blanca - Galleria Tiziana Di Caro, Salerno

MONICA ALONSO / ANGUSTIA BLANCA
Sabato 17 dicembre 2011, ore 19.00
 Saturday 17 December 2011, at 19.00

COMUNICATO STAMPA

La Galleria Tiziana Di Caro è orgogliosa di presentare Angustia Blanca, seconda mostra personale nei suoi spazi di Monica Alonso (A Fonsagrada, Lugo, 1970) sabato 17 dicembre 2011, alle ore 19.00.
La mostra prevede opere realizzate nel periodo tra il 2009 ed il 2011, attraverso cui Monica Alonso intende presentare la sua nuova linea di lavoro fortemente connessa alla terapia “psico – spaziale”, che consiste nel localizzare reazioni di carattere psicologico ed emotivo, spingendosi oltre il discorso artistico o estetico, e trasformando gli spazi espositivi in luoghi di percezione e analisi, che stimolano lo spettatore a costruire una personale dimensione terapeutica.
Da qualche anno Monica Alonso ha concentrato il proprio campo d’indagine sull'angoscia, che ha già trattato in una grande installazione intitolata Angustia Fria – Angustia Caliente (Angoscia Fredda – Angoscia Calda), realizzata durante la residenza - premio CAM di Arte Plastica, che l'ha vista viaggiare dalla Norvegia al Brasile, passando per differenti luoghi, al fine di sperimentare le variazioni emozionali derivanti dai cambiamenti di temperatura, che erano state oggetto di Calor, la sua prima mostra personale a Salerno nel 2008.
Il progetto espositivo Angustia Blanca è inteso come un sistema stimolatore capace di indurre il visitatore a sentire la propria angoscia. Partendo dall'espressione “avere carta bianca” l'artista lascia che lo spettatore costruisca, in totale libertà, la propria dimensione emotiva, e apre tutte le possibilità rispetto alla paura, quindi al suo riconoscimento, la sua localizzazione e, infine, il suo possibile controllo.
Le opere in mostra sono tutte bianche, solo marginalmente variano l'assunto cromatico verso il color carne. Angustia Blanca (2011) è un’installazione spaziale formata da due grandi casse – cabine – sarcofagi, che offrono allo spettatore la possibilità di essere ospitato, in modo da poter sperimentare uno scenario legato all'angoscia in vita, e immaginare uno stato di angoscia dopo la morte. La possibilità di sperimentazione si amplia ulteriormente attraverso Angustia de Viaje (2009 – 2011), opera realizzata al fine di viaggiare con l'angoscia, nell'intenzione di invocarla, sentirla, viverla. Si tratta di una valigia contenente Angoscia Fredda, Angoscia Calda e Antidoto: Amore. Un foglietto di istruzioni indica come utilizzarla. Altra opera da viaggio è Des – equilibrio de Viaje (2010 – 2011), un'opera composta da due piccoli letti, uno azzurro e l'altro giallo. Allo spettatore viene offerta la possibilità di viaggiare con lo squilibrio, provocarlo con l'idea di attingere alle dimensioni nascoste della nostra interiorità. Anche qui un foglietto di istruzioni ne indicherà le istruzioni d'uso.
La mostra si completa con la presentazione del progetto Capsulas Ti, un'opera su cui Monica Alonso sta lavorando dal 2004 e che prevede la compilazione di un questionario da parte dello spettatore, le cui risposte saranno il contenuto delle opere, in una forma di ritratto esistenziale ed emotivo, sempre più spesso rivolto alla concreta valorizzazione non dell'emotività dell'artista, bensì a quella dello spettatore.

Monica Alonso è nata ad A Fonsagrada, Lugo (Spagna) nel 1970. Vive e lavora a Lugo.
Mostre personali: 2011, Monica Alonso. Obras (1993-2011), Museo Provincial de Lugo, Lugo (Spagna); 2009, Urna funeraria. La ultima cama, Galeria de Arte Contemporanea SCQ, Santiago de Compostela (Spagna); 2008, Calor, Galleria Tiziana Di Caro, Salerno (Italia). Mostre collettive: 2011, 25 Muestra de Arte Injuve, Madrid (Spagna); 2009, Realidades, expresiones, tramas. Arte en Galicia desde 1975, Fundación Caixa Galicia, Ferrol (Spagna); 2008, Otra geografia. Art from Galicia, Centro Hispano-Americano de Cultura, L’Havana (Cuba). Progetti speciali: 2011, Terapia Habitación de Hospital, Hospital Clínico Universitario de Santiago de Compostela, Centro Galego de Arte Contemporánea, Santiago de Compostela (Spagna); Nostalxia de sol, Museo Comarcal da Fonsagrada, A Fonsagrada, Lugo (Spagna).

Per informazioni:
Vincenzo Luca Forte
press@tizianadicaro.it
+39 3289136011


PRESS RELEASE
Galleria Tiziana Di Caro is delighted to announce Angustia Blanca, the second solo exhibition of works by Monica Alonso (A Fonsagrada, Lugo, 1970), opening Saturday 17 December 2011, at 19.00.
The exhibition includes works produced between 2009 and 2011, through which Monica Alonso intends to present her new work path featuring a strong connection with “psycho – spatial” therapy, consisting in locating psychological and emotional reactions beyond the artistic and aesthetic trait, and transforming the exhibition location in spaces of perception and analysis aiming at stimulating the viewer to build his/her own personal therapeutic dimension.
In the last few years, Monica Alonso has concentrated her investigations on anguish, which she had already dealt with in a massive installation called Angustia Fria – Angustia Caliente (Cold Anguish – Warm Anguish), produced during her CAM plastic arts grant-residence, which saw her travelling from Norway to Brazil going through different places in order to test the changes of emotion according to variations in temperature, a theme she had previously explored with Calor, her first solo exhibition in Salerno, in 2008.
Angustia Blanca is intended as a system set up to actually stimulate anguish in the viewer. Paraphrasing the expression “carte blanche”, the artist leaves the viewer in total freedom to build his/her own emotional dimension, opening all possibilities as regards fear, its recognition, localization and, ultimately, the control over it.
The works on exhibition are all white, with a very slight hue of flesh-toned colour. Angustia Blanca (2011) is a spatial installation featuring two huge boxes – booths – sarcophagi, inside which the viewer can experience an environment which evokes the anguish of life and its possible form after death. Further experimenting may be carried out through Angustia de Viaje (2009 – 2011), a piece created to experience travel with anguish, in order to invoke it, feel it, live it.
The piece consists of a suitcase containing Cold Anguish, Warm Anguish and Antidote: Love. An instruction leaflet shows how to use it. another ‘travel’ piece is Des-equilibrio de Viaje (2010 – 2011), a piece featuring two small beds, one blue and one yellow. The viewer is offered the chance to travel together with unbalance, actually inducing it in order to draw from the hidden resources of our inner being. Here too, a leaflet with instructions will show how to use it.
The exhibition is rounded off by the presentation of Capsulas Ti, a project which Monica Alonso has been working on since 2004 and which entails the viewer filling in a questionnaire whose answers will be the heart of the work, in a sort of emotional and existential portrait which moves away from highlighting the artist’s emotion, to focus instead on the viewer’s.

Monica Alonso was born in A Fonsagrada, Lugo (Spagna) in 1970. She lives and works in Vigo.
Solo exhibitions: 2011, Monica Alonso. Obras (1993-2011), Museo Provincial de Lugo, Lugo (Spain); 2009, Urna funeraria. La ultima cama, Galeria de Arte Contemporanea SCQ, Santiago de Compostela (Spain); 2008, Calor, Galleria Tiziana Di Caro, Salerno (Italy). Group exhibitions: 2011, 25 Muestra de Arte Injuve, Madrid (Spain); 2009, Realidades, expresiones, tramas. Arte en Galicia desde 1975, Fundación Caixa Galicia, Ferrol (Spain); 2008, Otra geografia. Art from Galicia, Centro Hispano-Americano de Cultura, Habana (Cuba). Special projects: 2011, Terapia Habitación de Hospital, Hospital Clínico Universitario de Santiago de Compostela, Centro Galego de Arte Contemporánea, Santiago de Compostela (Spain); 2009, Proyecto de intervención cromática, Centro de Día de Macea Ourense (Spain); Nostalxia de sol, Museo Comarcal da Fonsagrada, A Fonsagrada, Lugo (Spagna).

For further information:
Vincenzo Luca Forte
press@tizianadicaro.it
+39 3289136011

08 December 2011

Giuseppe Stampone, Grettings from New Orleans, 2011


Giuseppe Stampone / Artista legato all'essenza rinascimentale del disegno e, contemporaneamente, ad un necessario utilizzo dei new media, Giuseppe Stampone (nato a Cluses, in Francia, nel 1973 / lavora tra Milano, New York e Ouagadougou) ha costruito un itinerario estetico di natura relazionale legato ai principi della didattica, con particolare attenzione a problematiche sociali ed ambientali. Acquerelli per non sprecare la vita (che ha visto la partecipazione di 10000 bambini), Il perché dell'H2O (esteso in 30 paesi del mondo in collaborazione con il Progetto Mondo MLAL) e il network Solstizio (un programma artistico finanziato dalla Commissione Europea che si estende in Italia, Polonia, Croazia e Burkina Faso), sono alcuni esempi di questo suo impegno etico ed estetico confluito, oggi, nel progetto Global Education (2010). Un impegno che si avvalora dell'assidua collaborazione con due grandi istituzioni – lo IULM di Milano e con il MCLuhan Program in Culture and Technology di Toronto – e con alcuni studiosi di mediologia tra cui Alberto Abruzzese e Derrick de Kerchkove.
Stampone coniuga in questo modo, sotto un stesso itinerario linguistico, tecniche e materiali di diversa estrazione e natura per dar vita ad una serie di progetti planetari che integrano alcuni modelli educativi utili a ripensare la formazione (in quanto dare forma) e l'istruzione per costruire un discorso relazionale utile ad intrecciare le storie dell'umanità e a mostrare il piano culturale, economico e politico della civiltà contemporanea.
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Gretting for New Orleans / L'assenza, il silenzio, la metamorfosi continua delle cose. Il passaggio dalla vita a quello che vita non è. Utilizzando il modello biologico come contesto e pretesto privilegiato per la realizzazione dell'opera, Giuseppe Stampone addiziona, in questo caso, un ulteriore tassello ad un progetto, Global Education, che, avviato nel 2010, non cessa di sorprendere. Dopo lo step di Stella Cadente (organizzato in occasione di Artissima #18 – Torino), un'opera calibrata sul concetto di responsabilità planetaria, Stampone interroga il tempo e le sue varie declinazioni attuali per dar vita ad un nuovo, esuberante programma visivo che mette in gioco il pensiero collettivo per costruire le basi di una nuova inedita liberà comunicativa.
Gretting for New Orleans, 23 moduli realizzati con penna bic su carta e l'invio di 10000 cartoline disseminate su tutto il territorio mondiale, è difatti un progetto sul tempo che dal reale volge lo sguardo verso il neodimensionale (con la realizzazione di una piattaforma interattiva). Un tempo che non solo attraversa l'arte – il suo procedimento, il suo farsi, disfarsi e rifarsi – ma anche il mondo della vita e dei mille significati che la riguardano.
Attraverso simboli e metafore serrate, Stampone richiama alla memoria il cataclisma del 29 agosto 2005 che ha colpito la principale città dello stato della Louisiana (nata sulle rive del fiume Mississippi, a circa 160km dal Golfo del Messico), per costruire un discorso sul genius loci e sulle maglie imprevedibili della storia.
Damien Hirst (lettera H) associato alla formula chimica dell'H2O, l'autoritratto di Cattelan (lettera L) che sbuca dal pavimento o l'immagine di Nelson Mandela (lettera B) dalla cui fronte si erge la scritta Global Education. Sono alcuni dei moduli che compongono l'installazione a parete. Un'installazione munita di alcune tags (che permettono al fruitore di collegarsi con una serie di interviste, rilasciate all'artista da un signore del luogo) attraverso le quali è possibile ascoltare la storia di cose e case la cui unica traccia è un numero civico. Se nel lavoro Saluti da L'Aquila (2010) l’artista ha evidenziato l'immobilità e l'incuria istituzionali nei confronti del terremoto che ha devastato il territorio abruzzese, Gretting for New Orleans mostra (dopo la furia dell'uragano Katrina) l'assenza brutale, l'assoluto distacco e abbandono silenzioso di un territorio. Riappropriandosi della storia, Giuseppe Stampone evidenzia, così, attraverso precise, puntuali ed elegantissime cinture artistiche, l'urgenza di recuperare la corsa degli eventi, di sottrarre il rumore e l'inciviltà al mondo, di crea una necessaria isola riflessiva – pedagogica e androgica – attraverso la quale ripensare e rimodellare il mondo, il suo continuo mutare.

02 November 2011

The Others - Torino 3/6 novembre 2011 - ZAK Project Space



SHOWTIME/2
a cura di Antonello Tolve

ZAK PROJECT SPACE MONTERIGGIONI - Stand/B11 - c/o Torino LE NUOVE, via P. Borsellino 3, (TO)
3/6 novembre 2011
Artisti in mostra – Alessandro Brighetti / Ciro Fundarò / Pierpaolo Lista / Giulia Palombino / Marco Maria Giuseppe Scifo


Fuggitiva, contingente, effimera, la mostra d'arte contemporanea è arena d'intrattenimento, momento di festa per l'arte e per tutto un popolo intellettuale che decide di partecipare ad un racconto in cui riflessione, progettazione e costruzione si incontrano per tessere una trama relazionale tra l'arte la critica e la curatela; l'opera, lo spazio e il pubblico.
Ambito di promozione e di dibattito costruttivo Show Time vuole porre in rilievo l'importanza della mostra in quanto intervento collettivo, composizione plurale in cui critico e artista si incontrano per intavolare nuovamente, alle soglie del secondo decennio del XXI secolo, un discorso teorico, un intrattenimento felice sull'arte, sulle sue destinazioni e sulle sue collocazioni attuali.
Show Time è, dunque, una mostra in cui il tempo dell'arte e il tempo dell'esposizione – in quanto provvisorio pensiero visivo – si intersecano per dar luogo ad un appuntamento che elogia un calibro artistico teso a riconquistare l'incanto della fruizione e della purezza immaginifica mediante opere che recuperano la durata da angolazioni differenti e con differenti brani linguistici.
Se da una parte Pierpaolo Lista (1977) crea pitture specchianti che cercano lo spettatore per innescare un processo temporale di natura contemplativa e riflessiva con lo scopo di far entrare il fruitore nell’opera, dall'altra Ciro Fundarò (1977) ristabilisce un rapporto con la superficie fotografica pianificando dei tagli indicativi, dei ritmi visivi efficaci a terremotare e ripensare l’immagine del mondo da un nuovo punto di vista logistico. A sua volta Alessandro Brighetti (1978) propone dei lavori cinetici che disegnano scenari postorganici, incanti liquidi tesi a riconsiderare la materia e ad inserirla in un intrigante divenire delle cose e delle forme. Marco Maria Giuseppe Scifo (1977) struttura, dal canto suo, un discorso sull'ecologia della storia con una serie di lavori che riconsiderano tecniche e materiali per intavolare un discorso sulla leggerezza e, talvolta, sulla fragilità. Scandito da un ritmo gustosamente surreale, il video di Giulia Palombino (1985), accompagnato da una serie di disegni, buca lo sguardo dello spettatore e lo inchioda, infine, ad un tempo dilatato e sovrastorico.


CON LA CULTURA NON SI MANGIA
a cura di Gaia Pasi

ZAK PROJECT SPACE MONTERIGGIONI - Stand/B11 - c/o Torino LE NUOVE, via P. Borsellino 3, (TO)
Giovedì 3 novembre ore 22:00 STAND B/11
PERFORMANCE: PAOLO ANGELOSANTO - OPIEMME: Thursday 3 november h. 10 pm

Zak Project Space Castello Monteriggioni (SI), partecipa con la Performance CON LA CULTURA NON SI MANGIA alla prima edizione di the Others Torino c/o Le Nuove via Paolo Borsellino 3 (TO). Il progetto a cura di Gaia Pasi vuole porre l’attenzione sull’attuale situazione culturale italiana, ma sopratutto suscitare una riflessione partecipata e fornire un punto di vista se non una denuncia concreta al caos, al degrado etico ed estetico imperanti nel nostro paese riscontrabili anche nel padiglione italiano alla 54 edizione della Biennale di Venezia.
CON LA CULTURA NON SI MANGIA, non è soltanto la frase che ha fatto rabbrividire le avanguardie culturali del nostro paese rendendolo tristemente noto alla cronaca artistica planetaria, né esclusivamente il titolo del progetto presentato da Gaia Pasi. CON LA CULTURA NON SI MANGIA (2011) sono anche i due lavori site specific dello stand: una nuova performance di Paolo Angelosanto e il contenuto della scritta che l’artista OPIEMME (1979) apporrà sul muro esterno dello stand:  dalla visualizzazione fugace o a distanza di quest’opera si evince chiaramente il dictatus tremontiano, ma in una visione ravvicinata della stessa si scopre che ogni singola lettera è composta d’aforismi, riflessioni, frasi più e meno poetiche, lapidarie o compiute, attinenti alla contemporaneità a tutto tondo.
Questo lavoro fornisce lo sfondo alla performance di Paolo Angelosanto (1971) il quale dietro un banco riceverà il pubblico, servendo una sorpresa all’interno di una serigrafia realizzata su carta paglia formato A/3, tirate a 15 copie vendute alla cifra simbolica di 50 euro c.u. e rese uniche da particolari significativi e dall’interazione ultima del fruitore  che manipolando la carta, interagirà con l'opera in maniera fondamentale, determinandone l'unicità.

21 October 2011

05 October 2011

Un mondo interno dell'esterno dell'interno firmato Katja Loher


Katja Loher, Space Bubble, 2011, video/scultura, video HD - vetro - legno - monitor, 36x36x6cm, ed. 1, courtesy Galleria Tiziana Di Caro (Salerno)


Poetica, leggera, preziosa. MINIVERSE #1, la personale di Katja Loher allestita negli spazi della Galleria Tiziana Di Caro (Salerno), presenta un palinsesto di opere che riflettono, con eleganza, sul concetto di universo. Su universi che si incontrano, si intrecciano, si sovrappongono, si escludono o di includono. Fino a concepire un mondo interno dell'esterno dell'interno, volendo citare un bel libro di Peter Handke, che, tra artificio e natura (tra natura umana e volontà di trasformare il movimento corporeo in azione meccanica), crea elegiache comparazioni. Il tutto per dar vita ad una allegorica cosmografia in cui tempo, spazio e aria – temi centrali di tre videosculture a parete (Time Bubble, Space Bubble e Air Bubble) – si mostrano come soggetti e oggetti, forme e figure dominanti di un meraviglioso racconto fantastico.
Dinner for two (un tavolo con alcune proiezioni che scardinano la convenzionalità della conversazione quotidiana per creare delle straordinarietà, per concepire una nuova e insolita intimità conviviale) e Multiverse (una potente installazione a parete che alleggerisce e modifica lo spazio) chiudono il percorso espositivo. Un percorso che rapisce lo spettatore per portarlo in un ambiente irresistibilmente asciutto, potente e pensante, esteticamente puntuale.

03 October 2011

27 September 2011

Wilma Kun / INTERLUDE FOR A SELFPORTRAIT - Galeria Quarta Parede (São Paulo)


WILMA KUN - Interlude for a Selfportrait

Opening: 7th October 2011, at 8pm
Exhibition: from 8th October till 2nd November
Text by Antonello Tolve
This is the 1st Solo Exhibition of the brazilian artist in Brazil. Wilma Kun lives and works since 20 years between Milan and Rotterdam.

The artistic work that I have been developing for some years is focused on the concept of identity. This concept is declined, in all my works, through the use of my image. There are different aspects of the concept of identity which I have considered in my artistic research, such as: the sexual identity; the capacity of perception of ourselves; the reconstruction of identity’s idea through the personal and collective memory; as well as the influence of media in the contemporary culture for the definition of identity. Wilma Kun uses differents media, from installation, drawing, photos to video.

Galeria Quarta Parede
Av. Conselheiro Rodrigues Alves, 722
Vila Mariana - SP - São Paulo - 04014-002
(11) 3297-0014
de 2ª a 5ª das 14 às 18h e Sábado das 14 às 18h

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WILMA KUN - Interlude for a Selfportrait

Abertura: 07 de Outubro (sexta-feira) 2011 às 20 Hs
Visitação até 02 de Novembro
Texto de Antonello Tolve
Esta é a 1° exposição individual da artista no Brasil. A artista brasileira vive e trabalha da 20 anos entre Milão e Rotterdam.

Toda a pesquisa de Wilma Kun, se desenvolve nos meandros do conceito de identidade. Utilizando sempre o próprio corpo e a própria imagem, a artista indaga os diversos elementos que alicerçam a construção da identidade. A identidade sexual, a capacidade de percepção de si mesmo, a reconstrução da idéia de identidade através da memória pessoal e coletiva, bem como a influência dos meios de comunicação na cultura contemporânea, são os diferentes pontos de vista que Wilma Kun explora no seu trabalho. A artista utiliza diferentes meios artísticos, que vão da instalação ao desenho, da fotografia ao video.

Galeria Quarta Parede
Av. Conselheiro Rodrigues Alves, 722 
Vila Mariana - SP - São Paulo - 04014-002
(11) 3297-0014
de 2ª a 5ª das 14 às 18h e Sábado das 14 às 18h


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Wilma Kun. Sobre a ombra das silenciosas identidades 
Antonello Tolve
A identidade do retrato é no retrato mesmo”
Jean-Luc Nancy

Expor-se ao mundo, mostrar a própria intimidade, distender a própria interioridade na procura do outro.
Aceitar a diversidade e os seus mil voltos. E depois, ainda, estrofler a subjetividade até criar uma narração silenciosa onde o sujeito apresenta, no entanto, “a sua igualdade e a sua alteridade em uma única identidade onde o nome” tinha avisado Nancy, é, simplesmente “o retrato”(1).
Quase a encontrar um punto de equilíbrio entre o aberto e o fechado, entre o Innen e o Aussen (Freud), entre o interno e o externo justamente, entre a interioridade e a exterioridade, entre o público e o particular, Wilma Kun propõe uma linha estética que faz da identidade (e da sua reconstrução), da sessualidade e da memória coletiva o espaço triunviro de uma reflexão intesa a restabeleçer uma relação com o ser no interno de um sistema planetário de natureza fragmentada. De uma fragmentação que é o nucleo e o coágulo, reflexão urgente do panorama atual da vida planetária.
Redefinindo a individualidade - e com a individualidade, a originalidade, a singularidade, a particularidade do indivíduo - a artista empenha- se na pesquisa de uma verdade escondida, de un discurso antropológico, que lê as evoluções da família humana, as metamorfoses do próprio sé dentro de um sistema que muda continuamente, de um evoluir das coisas e de um cotidiano que garba numerosas civilidades e culturas. O seu trabalho, na verdade, abre janelas entre a memória pessoal e coletiva, para colocar luzes na heterogeneidade do mundo (que seja esse sessual ou simplesmente intelectual), sob os rítmos biológicos onde o corpo vivente se deixa tratar como corpo entre os corpos, sugeriu Plessner(2), e a palavra unidade põe em causa também aquela de multiplicidade.
Através de manobras Alterorgânicas (que acenam à parábola estética do Post Human) e o paciente coser que ricordam à memória alguns expedientes caros a Louise Bourgeois e a Maria Lai, Wilma Kun constrói espaços de reflexões sobre a coletividade e sobre à comparticipação, sobre a variedade.
Em um mundo que se apresenta como uma espécie de tapete persa ricamente e misteriosamente variegado(3).
Cenas de natureza familiar, auto-retratos colocados em contextos culturais disforme (as vezes com griffe bordados a mão). Outros, ainda, que mostram somente a pele - o estreno – que se dá ao mundo, com uma necessária cintura de segurança, para evitar a transparência do proprio esistir e simular, assim a típica identidade flúida e múltipla que gera o espaço virtual(4). Através de uma série de trabalhos exemplares a artista cria uma potente reportagem antropológica que se faz metáfora da vida condicionada, questa, da um governo mundial, onde o homem é, da tempo; cidadão do mundo.
Body Portrait (2000), Look at me(2011), Mirrors (2011), Identity (maravilhosa série de 32 desenhos numerados, realizados em 2011), Memories 3# (2009), uma instalação escultural que mostra três crianças com a mãe sobre um colchão de latex, quase a indicar o calor da intimidade familiar. Os diferentes Interlude for a Selfportrait (1#,2#,3#,4# e 5#) de 2010 – 2011 ou Unburied 1#. Reality perceived, um vídeo que atraversa as várias fases do trabalho. E pois, ainda, os vigorosos trabalhos da série Mask (2011) e aqueles da série Sibyl (vermelho, ouro e amarelo), todos do 2011. São somente um elenco mínimo das obras - concatenadas entre elas - através as quais Wilma Kun constrói um verdadeiro e próprio work in progress, uma polifonia que mostra uma fissura entre a obra e o seu público para estruturar um diálogo inevitavelmente fracassado. Um diálogo onde o familiar se faz, gradualmente, outro. Composição, verificação, recherche, de um estado emocional em continua metamórfosi. Mas também, elaboração de um discurso que mira fazer e desfazer, com elegância, um diálogo indispensável com os outros. Que mira criar um senso dos sensos, para dizer como Erwin Straus(5). Que tem como objetivo reconheçer a multicuturalidade do mundo para exigir um forte e maduro senso de identidade.

1 J.-L. Nancy, Le Regard du portrait, Éditions Galilèe, Paris 2000, p. 20.
2 H. Plessner, Anthropologie der Sinne, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1980.
3 R. Kapuściński, Ten Inny, Wydawnictwo Znak, Kraków 2006.
4 S. Turkle, Life on the screen: Identity in the age of the Internet, Simon & Schuster, New York 1996.
5 E. Straus, Vom Sinn der Sinne. Ein Beitrag zur Grundlegung der Psychologie, Springer, Berlin-Göttingen-Heidelberg 1956.

24 September 2011

BIANCO-VALENTE THROUGH THE WORDS / VOICE Gallery (Marrakech)

THROUGH THE WORDS
Relational bridges, participation coordinates and points of contact between subjects of various nature or education. Building on these communication landscapes over a lengthy period, Bianco-Valente have outlined an artistic path which emphasizes visual nomadism and (virtual) superconnection in order to set up a polyphonic, multicultural and multidiscipline development plan. This is an approach that brings about a completely different take on perceiving an art piece, on a new world rising from the communicational horizons of the digital society, on an interoperability to be used in reconsidering the bond – either tight or weak – as the primus movens of creativity and of human feelings.
With Through the Words, the exhibition which will inaugurate Rocco Orlacchio's VOICE Gallery (Marrakech), the art duo establishes a new economy of intellectual exchange. Almost as if rearranging the pieces of a site-specific, emotional puzzle, Bianco-Valente actually builds particular mental interconnections to measure and connect different degrees of creativity, right up to the point of suggesting projects and programs in which the being proposes itself as singular and plural at the same time (to say it with Nancy).
The stitching performed on a cartographic picture snatched from the local culture, the photo cut-out sent to a friend to receive, in exchange, a written reference (completely built on the image received) or, the other way round, a text sent to a local (Marrakech) artist to see what image the text suggests to this artist-reader’s mind. Thus, Through the Words is a work plan in which the image weighs up the word as much as the word weighs up the image in a trip among the weave, the magic and the overlaps of life and its many meanings; all in all a life that remains the horizon in which the plot of the art piece is woven.

Ponti relazionali, coordinate partecipative e punti di contatto tra soggetti di diversa natura o estrazione culturale. Attraverso questi paesaggi linguistici Bianco-Valente hanno costruito, da tempo, un programma artistico che pone l'accento sul nomadismo visivo e sulla superconnesione (virtuale) per edificare un piano regolatore di stampo polifonico, multiculturale, pluridisciplinare. Un discorso, questo, che pone l'accento su un modo diverso di percepire l'opera. Su un nuovo mondo che sta affiorando dagli orizzonti comunicativi della società digitale. Su una interoperabilità utile a riconsiderare il legame – forte o debole che sia – come primus movens della creatività e delle sensazioni umane.Con Through the Words, personale che apre i battenti della VOICE Gallery (Marrakech) di Rocco Orlacchio, il duo artistico struttura una nuova economia di scambio intellettuale. Quasi a ricomporre le parti di un puzzle site specific emozionale Bianco-Valente costruiscono, difatti, alcune interconnessioni mentali per misurare e connettere gradi di creatività differente. Fino a suggerire viaggi multipli, progetti e programmi in cui l'essere si pone, contemporaneamente, singolare e plurale (per dirla con Nancy). La cucitura agìta su una illustrazione cartografica strappata alla cultura locale. Il ritaglio fotografico inviato ad un amico per ricevere, in cambio, uno scritto di riferimento (costruito integralmente sull'immagine ricevuta) o, d'altro canto, il testo spedito ad un artista autoctono (di Marrakech, appunto) per ottenere l'immagine che lo stesso testo ha suscitato nella mente del lettore. Through the Words é, dunque, un piano di lavoro in cui l'immagine pensa la parola tanto quanto la parola pensa l'immagine per intraprendere un viaggio tra le maglie, le magie e le sovrapposizioni della vita e delle tante accezioni che la riguardano. Di una vita che resta, fondamentalmente,  l'orizzonte dentro il quale si tesse la trama dell'opera.

19 September 2011

The Visual Telling of Stories

 

a lyrical encyclopedia of visual propositions (Chris Mullen)

18 September 2011

KAPYBARA...


Tra tutti gli animali proposti dalla natura lui, forse, è il più buffo...

11 August 2011

L'Alfiere dell'arte? Il suo sistema


Quando, con una metafora felice, Achille Bonito Oliva teorizzava La caduta della parete (1962) per indicare una metamorfosi nel mondo dell'arte dal piano contemplativo ad un piano più strettamente comportamentale – e non a caso, a distanza di pochi anni pubblicava il suo primo libro, Il territorio magico. Comportamenti alternativi nell'arte – ebbe modo di evidenziare non solo alcune metamorfosi capillari del sistema artistico ma anche un nuovo modo di pensare l'arte e la critica invischiate in un mercato che osserva regole ben precise alle quali tutti i patron dell’arte – ognuno dalla propria angolazione – eseguono una programmazione tesa, sempre, a battere sul maggior profitto possibile. Del resto Bonito Oliva, a passo coi tempi, cavalcando con estrema intelligenza l'onda del presente, è stato l'unico critico d'arte (totale) proveniente da una determinata generazione a trasformare la riflessione in azione contemporanea.
A differenza di molti critici della sua generazione che si sono rinchiusi nelle università e nei luoghi laterali dell'arte, Bonito Oliva, di fatto, è l'unico a non aver perso perso battute ma ad aver, d'altro canto, trasformato la propria immagine in un intelligente azione di business. Lo dimostra, ad esempio, la siglizzazione del proprio nome in ABO che è indice di sicurezza e di garanzia.
Tuttavia, il protagonismo della critica, spinto e incoraggiato, «con cadenza decennale» da Achille Bonito Oliva che ha fatto della critica un’arte del fare critico e del creare teorico, è mutata, sul finire del XX secolo e lungo tutta la linea del primo decennio del XXI secolo, in oscuramento e in scomparsa metodologica.
Ridotta, purtroppo, a «mero oggetto d’antiquariato» anche se, è l’avviso che ne fa René Weller, «dovrebbe illuminare ed interpretare la situazione attuale», la critica d’arte si trova a lottare contro un sistema che non prevede intervallo e riflessione sospensiva, ma una overdose d'eventi che offrono soltanto un panorama confuso e confusionario.
Oggi, l’asse postproduttivo-comunicativo ha preso il posto di quello creativo-riflessivo. E questo spostamento ha creato collassi e declini decisamente sensibili. Alfiere del nuovo sistema dell'arte non è più, dunque, il binomio romantico arte-critica d'arte ma, piuttosto il legame spietato che si è andato consolidando tra comunicazione e mercato dell'arte.
Produzione, comunicazione, consumo sono, insomma, la nuova trinità di un sistema economico dell’arte talmente aggressivo da perdere di vista l’opera – intesa, naturalmente, come bene intermedio –, per favorire il vasto mercato dei prodotti di consumo che offrono le varie istituzioni e i soggetti proprietari vendono non agli imprenditori dell’arte (che acquistano soltanto per attendere il momento propizio di massima ascesa dell'artista di turno), ma a quella ampia fetta di mercato – il popolo appassionato dell’arte – una infinità di spettacoli e spazzature.

07 August 2011

Noi siamo in un sogno dentro un sogno

“Se è vero che il privato può assumere un significato pubblico, e addirittura politico, nella misura in cui privato vuol dire volontà di testimoniare in prima persona, di mettere continuamente in gioco se stessi, di vivere in sostanza con interessi ogni esperienza anche pubblica, tutto questo è vero proprio per Pasolini, per la sua vicenda umana ed artistica, così patetica, così tragica, così fondamentalmente contraddittoria”.
Filiberto Menna

Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento

Soggetto e oggetto della riflessione, Gillo Dorfles – l’artista, il teorico, il critico del gusto e l’estetologo – è inserito nell’ampio dibattito che in Italia intercorre, dagli anni cinquanta ad oggi, tra l’arte, la critica e la teoria dell’arte. L’obiettivo è quello di evidenziare un pensiero che non soltanto mira, prima che sia troppo tardi, a fissare le manovre più autentiche e rappresentative del presente dell’arte e della vita, ma anche a generare gli strumenti teorici necessari per affrontare con lucidità e nettezza di giudizio i più scottanti problemi che investono il panorama dell’arte e della critica d’arte in età contemporanea.

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22 July 2011

Valerio Rocco Orlando / ENDLESS (New York)



Through what kind of relationships can you imagine a better society? Starting from this question, ISCP alum Valerio Rocco Orlando will lead a discussion about relationships, community awareness, collective and individual identity with the public and current ISCP residents. A selection of writings developed during this discussion and book launch will be included in the forthcoming edition of the book Endless.

Endless (Mousse Publishing, 2011) is an open book, a shared portrait that will be composed over time, recounting stories, relationships and visions through the different experiences of Orlando's life with texts and contributions by Caroline Corbetta, Maria Paola Fimiani, Gilbert & George, Liam Gillick, Corrado Levi, Jean-Luc Nancy, Valerio Rocco Orlando, Mario Perniola, Ugo Rondinone and Luigi Zoja.

Valerio Rocco Orlando lives in Milan and New York. He received a BA in Dramaturgy from Università Cattolica in Milan and an MA in Film Directing from Queen Mary, University of London. Valerio Rocco Orlando won the ISCP New York Prize 2009 promoted by Parc/Seat/Gai and a Civitella Ranieri Foundation Fellowship in Visual Arts in 2011. 

Valerio Rocco Orlando / ENDLESS
Mousse Publishing, 2011
Galleria Tiziana Di Caro, Salerno

PRESENTAZIONE
(martedì 2 agosto · 18.30 - 20.30)
ISCP / International Studio & Curatorial Program
1040 Metropolitan Avenue
Brooklyn, NY

21 July 2011

Global Education


Global Education (2011) è un macro-progetto dedicato interamente alla formazione, all'istruzione, all'insegnamento di indispensabili riflessioni sul presente dell'arte e della vita comune. Costruito nel book-shop della Fondazione Malvina Menegaz (book-shop rimodellato dall'artista mediante i propri strumenti operativi), Global Education è anfiteatro di un nuovo progetto (e di una nuova avventura) interamente dedicato all’educazione e alle sue varie declinazioni attuali. Ad un felice apparato educativo, appunto, che mira non solo a riappropriarsi dell'etico, del sociale e del politico, ma anche a edificare un percorso costruttivo di stampo transnazionale e babelico che mette in luce i problemi, le gioie e i dolori della quotidianità.
I segni inconfondibili del network (Facebook, You Tube, Twitter ecc.), una lavagna interattiva che invita lo spettatore a lasciare un segnale o una traccia del proprio passaggio, le lettere di un sillabario formativo o la struttura assonometria dello spazio tracciata sul pavimento per invitare il pubblico ad entrare e riflettere sulla struttura stessa dell’area di lavoro.
Global Education è un progetto interattivo di taglio neodimensionale che chiama lo spettatore per avvolgerlo con stimoli visivi di diversa estrazione e natura culturale.
Fantasia di avvicinamento al concetto di Gesamtkunstwerk, Global Education si pone, ora, come compendio di tutte le arti e di tutti i linguaggi attuali per costruire un’opera d’arte integrale (di stampo planetario) il cui scopo è quello di offrire un sostegno o quantomeno una strada utile a leggere il mondo della vita e dei mille significati che la riguardano (Angelo Trimarco).

18 July 2011

Agitatevi. Organizzatevi. Studiate (Gramsci)

Com'è possibile che siano pochi, in Italia, a capire (o quantomeno a percepire) in quale stato delle cose sia ridotta la nostra nazione (e con lei il suo popolo)? Com'è possibile che una lobotomia totale abbia investito con violenza le nostre preziose menti riducendole ad un silenzio assordante? E com'è possibile che nessuno avverta quale e quanta degenerazione alberghi tra le fila maestre nella nostra civiltà?
Al di là delle varie destre o sinistre – dei centri e delle periferie della politica – uno dei problemi che investe il nostro paese, è, a mio parere, l'assenza di reale unione e compartecipazione. Di un pensiero singolare-plurale in grado di disarcionare alcune ingiustizie che guardiamo (e guardiamo soltanto con occhio distante e menefreghista) sfilare e colpire ogni singolo nucleo familiare con gravi fiscali appressanti.
L'unione e la compartecipazione sono termini (purtroppo soltanto termini) da rivitalizzare. E non solo da un punto di vista idealistico ma anche – soprattutto – pratico.
Per bloccare la marcia del marciume il singolo (ognuno di noi) deve affidarsi all'altro ed evitare un conformismo dilagante e degenerante. (Il conformista è davvero uno strano animale. Un camaleonte che si fa spazio, assieme all'arrivista, tra le maglie malate di una nazione moribonda).
Tuttavia oggi l'assenza di un pensiero critico nuoce gravemente alla salute non solo del singolo ma anche della specie.
Non rendersi conto dei profondi cambiamenti che l'Italia sta apportando al nostro sistema di vita è decisamente impossibile. La nausea che si prova di fronte ai vari privilegi di un parlamentare è, ad esempio, davvero esasperante e indecente.
L'italiano – questo era ed è il grande piano della politica italiana (e in questo ci sono riusciti appieno) – ha perso ogni interesse non solo per la politica della propria nazione ma anche per problematiche sociali o economiche. Il disinteresse ha preso il posto del dibattito e dell'azione. Di un pensiero – e di una vita activa (Hannah Arendt) – in grado di farsi reattore privilegiato per intavolare una denuncia mirata. Per ritornare a studiare. Ad organizzare dialoghi. Ad agitare e rinvigorire le nostre menti con indispensabili farmaci critici che sappiano spianare nuovi orizzonti di pensiero e formare nuove grammatiche analitiche sullo stato delle cose attuali.

15 July 2011

La perdita dell'arte nel suo valore economico

Il declino della critica condizionato, negli ultimi trent’anni, dall’inaridimento del suo indispensabile prefisso teorico, presenta tutte le caratteristiche di uno sviluppo smisurato dell’offerta, della domanda, della quantità di capitali preconfezionati, di servizi, di beni di consumo e di beni intermedi (per dirla con un classico dell’economia, Walras), che prefigurano e pianificano una velocità di smistamento dei materiali (dei prefabbricati artistici) tanto da generare una perdita di pausa riflessiva e un collasso di intervalli ripristinavi che servono tanto al critico quanto al teorico o all’estetologo per portare avanti il lavoro di valutazione. «Questo perché», lo ha evidenziato Stefania Zuliani, «il carosello espositivo che coinvolge il mondo dell'arte contemporanea se da un lato presuppone opere capaci di farsi integrare con facilità in costellazioni continuamente riscritte secondo parole d'ordine dettate per lo più da criteri di marketing e di immediata efficacia mediatica, d'altro canto implica anche una flessibilità estrema, se non un definitivo ritrarsi, dell'istanza teorica, un ostacolo più che una risorsa in un sistema che lavora sulla velocità di ricognizione e di informazione piuttosto che sul tempo lento e faticoso dell'analisi» (Stefania Zuliani).
Non a caso, proprio di recente anche Hal Foster ha sottolineato, in modo tagliente e incisivo, una rinuncia di campo da parte della critica dai circuiti istituzionali dell'arte (gallerie, fiere, musei, fondazioni ecc.) e un suo progressivo racchiudersi, ad esempio, tra le maglie sicure dell'accademismo.
«Sono numerosi i fattori che intralciano la critica d’arte. Non essendo richiesti dai musei, né tollerati dal mercato, alcuni critici si sono ritirati nelle università, mentre altri si sono inseriti nell’industria culturale, nei media, nella moda, e così via. […] i pochi spazi una volta riservati alla critica d’arte risultano drammaticamente ridotti, e i critici hanno seguito le orme degli artisti costretti a barattare l’attività critica con la sopravvivenza economica» (Hal Foster). La rinuncia e lo spostamento dell’attività critica dai circuiti istituzionali attivi (che non permettono più alcun tipo di riflessione) ad alcuni circuiti istituzionali più comodi o, se non altro, meno minati e blindati dall’establishment, ha sottolineato il tramonto dell'arte e delle sue storie (Hans Belting) per favorire l'alba di un mondo economico dell'arte che, in linea di massima, non nutre veri interessi per l'opera o per l'artista, ma svolge un business-plan che mira solo ed esclusivamente a dopare l'opera e l'artista di turno.
L'effetto prodotto da questo carosello espositivo è che, a livello internazionale, il profilo quantitativo molte volte prende il sopravvento sul profilo qualitativo generando un dislivello (senz’altro pianificato) che mira ad espandere il sistema proponendo all’indefinito sempre i medesimi eventi (le Fiere, le Biennali sparse per il mondo, le varie Documenta ecc.) e, allo stesso tempo, manifesta da una parte una chiara caduta del prefisso teorico e critico, dall’altra un forte aumento del profitto a discapito del valore effettivo dell'opera e dell'artista. A quanto pare, sulla bilancia dei valori, la critica, pur rientrando come bene immateriale del mercato (grazie alla pubblicità che produce, ad esempio, su quotidiani e riviste specializzate), dimostra un valore effettivo che è indice di scarsità all’interno di un profilo finanziario che non prevede perdite di capitale.
Del resto, che l'arte sia un investimento sicuro è, oggi, cosa riconosciuta. Il commercio dell'arte è – assieme alle tecnologie belliche (che soltanto dopo una forte metamorfosi clandestina si trasformano in beni comuni) – tra le realtà economiche più considerevoli del mondo. I suoi investimenti, studiati a tavolino, influenzano i mercati e i gusti personali. I loro vertici plasmano le strategie dell'Artworld, stabiliscono il valore di mercato di molte opere moderne e contemporanee (a volte davvero ambigue e poco suadenti) e, cosa grave, hanno la responsabilità di formare e deformare a loro piacimento il gusto pubblico per indirizzare il suo consenso verso gli affari globali. In breve, lo schema è perfetto e non ammette variazioni o sviature d'alcun genere.
Tuttavia, la wall street dell'arte garantisce una sopravvivenza meravigliosa soltanto agli agenti e ai ciclopi che scommettono, anticipano le mosse e si muovono con spregiudicatezza nel commercio artistico. D'altro canto c'è, nell'establshment culturale tutto un popolo di professionisti sottopagati – a volte finanche non pagati grazie all'escamotage del tirocinio di turno – che svolgono ruoli nevralgici. Si pensi, ad esempio, ai vari assistenti di galleria [che il più delle volte portano avanti il lavoro di galleria (preparano tutti i materiali per le fiere, costruiscono e aggiornano i book degli artisti della scuderia, installano opere, dialogano con i collezionisti e i grandi musei], ai vari assistenti museali, ai tuttofare delle fondazioni votate all'arte contemporanea o agli stessi critici che, inviati dal giornale di turno per seguire questa o quella mostra, non vengono neanche rimborsati per le spese di viaggio.
Pur di fare quello che desiderano, pur di soddisfare le loro passioni reali e la loro propria inclinazione, questi attori dell'Artworld e dell'Artwork si sottomettono ai lavori più imbarazzanti rispetto alla loro preparazione. E, per di più, vengono privati, poco a poco, di una esaltazione emotiva che si trasforma, spesso, in rabbia e in accumulo di delusioni.
Con questo voglio dire che ci sono – come in ogni sistema economico “che si rispetti” – degli sfruttamenti capillari preventivi che fruttano soltanto ai vertici ma distruggono senza alcuna pietà ogni tipo di ideale, di passionalità per un campo, quello dell'arte, sottomesso alle leggi spietate del Konsumgesellschaft (società dei consumi).
Nonostante ciò (e questa è una cosa davvero encomiabile), i precari dell'arte rispettano la riservatezza – forse per una innata dignità o per un amore smodato che mostrano per il vero mondo dell'arte e per il loro lavoro in quell'ambiente sin troppo anelato – per risparmiare l'eventuale imbarazzo che potrebbero produrre ai loro datori di lavoro.
Se organizziamo un gioco riflessivo di sottrazione di forza lavoro e prendiamo, come esempio limite, una fiera, una qualunque fiera internazionale, per depennare, appunto, dal personale impiegato, i sottopagati e, via via, i non retribuiti, il risultato di questo gioco sarebbe davvero spiacevole e devastante. Da una parte ci troveremmo di fronte a spazi semi-vuoti, dall'altra i datori di lavoro si troverebbero (sicuramente) di fronte ad una serie di problemi logistici da affrontare senza cognizione di causa. Ciò vuol significare che il lavoro portato avanti da questi operatori si presenta decisamente centrale e di primaria importanza in un mondo artistico che offre profitti vertiginosi, ma soltanto ai pochi fortunati di turno.

Meritocrazia? Una merce molto rara

Sempre i soliti nomi pompati dal mercato planetario. I soliti galleristi, i soliti curatori, i soliti critici e i soliti collezionisti che fanno il buono e il cattivo tempo. Le solite fondazioni per l'arte e sempre le solite festicciole. E poi, diciamocelo, sempre le solite opere che sembrano fatte con lo stampino, trite e ritrite, rispetto alle quali, con un po' di ipocrisia, ci mostriamo costantemente meravigliati e contenti. Senza contare i soliti poteri pubblici e le solite ambigue e narcisistiche iniziative private. Non è qualunquismo. Né tantomeno una risibile moda che mira a bruciare lo stato delle cose, ma un semplice dato di fatto.
Di cosa stiamo parlando? Di arte contemporanea, naturalmente. E di sistema. Di un sistema dell'arte (di un mercato dell'arte) che volge le spalle alla meritocrazia e promuove pacchetti esclusivi, studiati a tavolino. Progetti senza sbavature e – in molti casi – senza alcun tipo di respiro critico.
Come le opere d'arte, anche la libertà è diventata, oggi, una merce molto rara. Un miraggio lontano, secondo alcuni. In Italia, ad esempio, i veri intellettuali sono stati imbavagliati a dovere. Se qualcuno si pone controcorrente – controregime – viene immediatamente sabotato o asportato radicalmente dai pesi massimi dell'Artworld, della politica e dell'informazione.
Tuttavia non è soltanto in Italia che il potere cerca di annullare il sapere per favorire una lobotomia del pensiero critico e generare un'appropriata misura di controllo collettivo, di conformismo e di omogeneizzazione.