Sempre i soliti nomi pompati dal mercato planetario. I soliti galleristi, i soliti curatori, i soliti critici e i soliti collezionisti che fanno il buono e il cattivo tempo. Le solite fondazioni per l'arte e sempre le solite festicciole. E poi, diciamocelo, sempre le solite opere che sembrano fatte con lo stampino, trite e ritrite, rispetto alle quali, con un po' di ipocrisia, ci mostriamo costantemente meravigliati e contenti. Senza contare i soliti poteri pubblici e le solite ambigue e narcisistiche iniziative private. Non è qualunquismo. Né tantomeno una risibile moda che mira a bruciare lo stato delle cose, ma un semplice dato di fatto.
Di cosa stiamo parlando? Di arte contemporanea, naturalmente. E di sistema. Di un sistema dell'arte (di un mercato dell'arte) che volge le spalle alla meritocrazia e promuove pacchetti esclusivi, studiati a tavolino. Progetti senza sbavature e – in molti casi – senza alcun tipo di respiro critico.
Come le opere d'arte, anche la libertà è diventata, oggi, una merce molto rara. Un miraggio lontano, secondo alcuni. In Italia, ad esempio, i veri intellettuali sono stati imbavagliati a dovere. Se qualcuno si pone controcorrente – controregime – viene immediatamente sabotato o asportato radicalmente dai pesi massimi dell'Artworld, della politica e dell'informazione.
Tuttavia non è soltanto in Italia che il potere cerca di annullare il sapere per favorire una lobotomia del pensiero critico e generare un'appropriata misura di controllo collettivo, di conformismo e di omogeneizzazione.
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