02 November 2011

The Others - Torino 3/6 novembre 2011 - ZAK Project Space



SHOWTIME/2
a cura di Antonello Tolve

ZAK PROJECT SPACE MONTERIGGIONI - Stand/B11 - c/o Torino LE NUOVE, via P. Borsellino 3, (TO)
3/6 novembre 2011
Artisti in mostra – Alessandro Brighetti / Ciro Fundarò / Pierpaolo Lista / Giulia Palombino / Marco Maria Giuseppe Scifo


Fuggitiva, contingente, effimera, la mostra d'arte contemporanea è arena d'intrattenimento, momento di festa per l'arte e per tutto un popolo intellettuale che decide di partecipare ad un racconto in cui riflessione, progettazione e costruzione si incontrano per tessere una trama relazionale tra l'arte la critica e la curatela; l'opera, lo spazio e il pubblico.
Ambito di promozione e di dibattito costruttivo Show Time vuole porre in rilievo l'importanza della mostra in quanto intervento collettivo, composizione plurale in cui critico e artista si incontrano per intavolare nuovamente, alle soglie del secondo decennio del XXI secolo, un discorso teorico, un intrattenimento felice sull'arte, sulle sue destinazioni e sulle sue collocazioni attuali.
Show Time è, dunque, una mostra in cui il tempo dell'arte e il tempo dell'esposizione – in quanto provvisorio pensiero visivo – si intersecano per dar luogo ad un appuntamento che elogia un calibro artistico teso a riconquistare l'incanto della fruizione e della purezza immaginifica mediante opere che recuperano la durata da angolazioni differenti e con differenti brani linguistici.
Se da una parte Pierpaolo Lista (1977) crea pitture specchianti che cercano lo spettatore per innescare un processo temporale di natura contemplativa e riflessiva con lo scopo di far entrare il fruitore nell’opera, dall'altra Ciro Fundarò (1977) ristabilisce un rapporto con la superficie fotografica pianificando dei tagli indicativi, dei ritmi visivi efficaci a terremotare e ripensare l’immagine del mondo da un nuovo punto di vista logistico. A sua volta Alessandro Brighetti (1978) propone dei lavori cinetici che disegnano scenari postorganici, incanti liquidi tesi a riconsiderare la materia e ad inserirla in un intrigante divenire delle cose e delle forme. Marco Maria Giuseppe Scifo (1977) struttura, dal canto suo, un discorso sull'ecologia della storia con una serie di lavori che riconsiderano tecniche e materiali per intavolare un discorso sulla leggerezza e, talvolta, sulla fragilità. Scandito da un ritmo gustosamente surreale, il video di Giulia Palombino (1985), accompagnato da una serie di disegni, buca lo sguardo dello spettatore e lo inchioda, infine, ad un tempo dilatato e sovrastorico.


CON LA CULTURA NON SI MANGIA
a cura di Gaia Pasi

ZAK PROJECT SPACE MONTERIGGIONI - Stand/B11 - c/o Torino LE NUOVE, via P. Borsellino 3, (TO)
Giovedì 3 novembre ore 22:00 STAND B/11
PERFORMANCE: PAOLO ANGELOSANTO - OPIEMME: Thursday 3 november h. 10 pm

Zak Project Space Castello Monteriggioni (SI), partecipa con la Performance CON LA CULTURA NON SI MANGIA alla prima edizione di the Others Torino c/o Le Nuove via Paolo Borsellino 3 (TO). Il progetto a cura di Gaia Pasi vuole porre l’attenzione sull’attuale situazione culturale italiana, ma sopratutto suscitare una riflessione partecipata e fornire un punto di vista se non una denuncia concreta al caos, al degrado etico ed estetico imperanti nel nostro paese riscontrabili anche nel padiglione italiano alla 54 edizione della Biennale di Venezia.
CON LA CULTURA NON SI MANGIA, non è soltanto la frase che ha fatto rabbrividire le avanguardie culturali del nostro paese rendendolo tristemente noto alla cronaca artistica planetaria, né esclusivamente il titolo del progetto presentato da Gaia Pasi. CON LA CULTURA NON SI MANGIA (2011) sono anche i due lavori site specific dello stand: una nuova performance di Paolo Angelosanto e il contenuto della scritta che l’artista OPIEMME (1979) apporrà sul muro esterno dello stand:  dalla visualizzazione fugace o a distanza di quest’opera si evince chiaramente il dictatus tremontiano, ma in una visione ravvicinata della stessa si scopre che ogni singola lettera è composta d’aforismi, riflessioni, frasi più e meno poetiche, lapidarie o compiute, attinenti alla contemporaneità a tutto tondo.
Questo lavoro fornisce lo sfondo alla performance di Paolo Angelosanto (1971) il quale dietro un banco riceverà il pubblico, servendo una sorpresa all’interno di una serigrafia realizzata su carta paglia formato A/3, tirate a 15 copie vendute alla cifra simbolica di 50 euro c.u. e rese uniche da particolari significativi e dall’interazione ultima del fruitore  che manipolando la carta, interagirà con l'opera in maniera fondamentale, determinandone l'unicità.

21 October 2011

05 October 2011

Un mondo interno dell'esterno dell'interno firmato Katja Loher


Katja Loher, Space Bubble, 2011, video/scultura, video HD - vetro - legno - monitor, 36x36x6cm, ed. 1, courtesy Galleria Tiziana Di Caro (Salerno)


Poetica, leggera, preziosa. MINIVERSE #1, la personale di Katja Loher allestita negli spazi della Galleria Tiziana Di Caro (Salerno), presenta un palinsesto di opere che riflettono, con eleganza, sul concetto di universo. Su universi che si incontrano, si intrecciano, si sovrappongono, si escludono o di includono. Fino a concepire un mondo interno dell'esterno dell'interno, volendo citare un bel libro di Peter Handke, che, tra artificio e natura (tra natura umana e volontà di trasformare il movimento corporeo in azione meccanica), crea elegiache comparazioni. Il tutto per dar vita ad una allegorica cosmografia in cui tempo, spazio e aria – temi centrali di tre videosculture a parete (Time Bubble, Space Bubble e Air Bubble) – si mostrano come soggetti e oggetti, forme e figure dominanti di un meraviglioso racconto fantastico.
Dinner for two (un tavolo con alcune proiezioni che scardinano la convenzionalità della conversazione quotidiana per creare delle straordinarietà, per concepire una nuova e insolita intimità conviviale) e Multiverse (una potente installazione a parete che alleggerisce e modifica lo spazio) chiudono il percorso espositivo. Un percorso che rapisce lo spettatore per portarlo in un ambiente irresistibilmente asciutto, potente e pensante, esteticamente puntuale.

03 October 2011

27 September 2011

Wilma Kun / INTERLUDE FOR A SELFPORTRAIT - Galeria Quarta Parede (São Paulo)


WILMA KUN - Interlude for a Selfportrait

Opening: 7th October 2011, at 8pm
Exhibition: from 8th October till 2nd November
Text by Antonello Tolve
This is the 1st Solo Exhibition of the brazilian artist in Brazil. Wilma Kun lives and works since 20 years between Milan and Rotterdam.

The artistic work that I have been developing for some years is focused on the concept of identity. This concept is declined, in all my works, through the use of my image. There are different aspects of the concept of identity which I have considered in my artistic research, such as: the sexual identity; the capacity of perception of ourselves; the reconstruction of identity’s idea through the personal and collective memory; as well as the influence of media in the contemporary culture for the definition of identity. Wilma Kun uses differents media, from installation, drawing, photos to video.

Galeria Quarta Parede
Av. Conselheiro Rodrigues Alves, 722
Vila Mariana - SP - São Paulo - 04014-002
(11) 3297-0014
de 2ª a 5ª das 14 às 18h e Sábado das 14 às 18h

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WILMA KUN - Interlude for a Selfportrait

Abertura: 07 de Outubro (sexta-feira) 2011 às 20 Hs
Visitação até 02 de Novembro
Texto de Antonello Tolve
Esta é a 1° exposição individual da artista no Brasil. A artista brasileira vive e trabalha da 20 anos entre Milão e Rotterdam.

Toda a pesquisa de Wilma Kun, se desenvolve nos meandros do conceito de identidade. Utilizando sempre o próprio corpo e a própria imagem, a artista indaga os diversos elementos que alicerçam a construção da identidade. A identidade sexual, a capacidade de percepção de si mesmo, a reconstrução da idéia de identidade através da memória pessoal e coletiva, bem como a influência dos meios de comunicação na cultura contemporânea, são os diferentes pontos de vista que Wilma Kun explora no seu trabalho. A artista utiliza diferentes meios artísticos, que vão da instalação ao desenho, da fotografia ao video.

Galeria Quarta Parede
Av. Conselheiro Rodrigues Alves, 722 
Vila Mariana - SP - São Paulo - 04014-002
(11) 3297-0014
de 2ª a 5ª das 14 às 18h e Sábado das 14 às 18h


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Wilma Kun. Sobre a ombra das silenciosas identidades 
Antonello Tolve
“A identidade do retrato é no retrato mesmo”
Jean-Luc Nancy

Expor-se ao mundo, mostrar a própria intimidade, distender a própria interioridade na procura do outro.
Aceitar a diversidade e os seus mil voltos. E depois, ainda, estrofler a subjetividade até criar uma narração silenciosa onde o sujeito apresenta, no entanto, “a sua igualdade e a sua alteridade em uma única identidade onde o nome” tinha avisado Nancy, é, simplesmente “o retrato”(1).
Quase a encontrar um punto de equilíbrio entre o aberto e o fechado, entre o Innen e o Aussen (Freud), entre o interno e o externo justamente, entre a interioridade e a exterioridade, entre o público e o particular, Wilma Kun propõe uma linha estética que faz da identidade (e da sua reconstrução), da sessualidade e da memória coletiva o espaço triunviro de uma reflexão intesa a restabeleçer uma relação com o ser no interno de um sistema planetário de natureza fragmentada. De uma fragmentação que é o nucleo e o coágulo, reflexão urgente do panorama atual da vida planetária.
Redefinindo a individualidade - e com a individualidade, a originalidade, a singularidade, a particularidade do indivíduo - a artista empenha- se na pesquisa de uma verdade escondida, de un discurso antropológico, que lê as evoluções da família humana, as metamorfoses do próprio sé dentro de um sistema que muda continuamente, de um evoluir das coisas e de um cotidiano que garba numerosas civilidades e culturas. O seu trabalho, na verdade, abre janelas entre a memória pessoal e coletiva, para colocar luzes na heterogeneidade do mundo (que seja esse sessual ou simplesmente intelectual), sob os rítmos biológicos onde o corpo vivente se deixa tratar como corpo entre os corpos, sugeriu Plessner(2), e a palavra unidade põe em causa também aquela de multiplicidade.
Através de manobras Alterorgânicas (que acenam à parábola estética do Post Human) e o paciente coser que ricordam à memória alguns expedientes caros a Louise Bourgeois e a Maria Lai, Wilma Kun constrói espaços de reflexões sobre a coletividade e sobre à comparticipação, sobre a variedade.
Em um mundo que se apresenta como uma espécie de tapete persa ricamente e misteriosamente variegado(3).
Cenas de natureza familiar, auto-retratos colocados em contextos culturais disforme (as vezes com griffe bordados a mão). Outros, ainda, que mostram somente a pele - o estreno – que se dá ao mundo, com uma necessária cintura de segurança, para evitar a transparência do proprio esistir e simular, assim a típica identidade flúida e múltipla que gera o espaço virtual(4). Através de uma série de trabalhos exemplares a artista cria uma potente reportagem antropológica que se faz metáfora da vida condicionada, questa, da um governo mundial, onde o homem é, da tempo; cidadão do mundo.
Body Portrait (2000), Look at me(2011), Mirrors (2011), Identity (maravilhosa série de 32 desenhos numerados, realizados em 2011), Memories 3# (2009), uma instalação escultural que mostra três crianças com a mãe sobre um colchão de latex, quase a indicar o calor da intimidade familiar. Os diferentes Interlude for a Selfportrait (1#,2#,3#,4# e 5#) de 2010 – 2011 ou Unburied 1#. Reality perceived, um vídeo que atraversa as várias fases do trabalho. E pois, ainda, os vigorosos trabalhos da série Mask (2011) e aqueles da série Sibyl (vermelho, ouro e amarelo), todos do 2011. São somente um elenco mínimo das obras - concatenadas entre elas - através as quais Wilma Kun constrói um verdadeiro e próprio work in progress, uma polifonia que mostra uma fissura entre a obra e o seu público para estruturar um diálogo inevitavelmente fracassado. Um diálogo onde o familiar se faz, gradualmente, outro. Composição, verificação, recherche, de um estado emocional em continua metamórfosi. Mas também, elaboração de um discurso que mira fazer e desfazer, com elegância, um diálogo indispensável com os outros. Que mira criar um senso dos sensos, para dizer como Erwin Straus(5). Que tem como objetivo reconheçer a multicuturalidade do mundo para exigir um forte e maduro senso de identidade.

1 J.-L. Nancy, Le Regard du portrait, Éditions Galilèe, Paris 2000, p. 20.
2 H. Plessner, Anthropologie der Sinne, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1980.
3 R. Kapuściński, Ten Inny, Wydawnictwo Znak, Kraków 2006.
4 S. Turkle, Life on the screen: Identity in the age of the Internet, Simon & Schuster, New York 1996.
5 E. Straus, Vom Sinn der Sinne. Ein Beitrag zur Grundlegung der Psychologie, Springer, Berlin-Göttingen-Heidelberg 1956.

24 September 2011

BIANCO-VALENTE THROUGH THE WORDS / VOICE Gallery (Marrakech)

THROUGH THE WORDS
Relational bridges, participation coordinates and points of contact between subjects of various nature or education. Building on these communication landscapes over a lengthy period, Bianco-Valente have outlined an artistic path which emphasizes visual nomadism and (virtual) superconnection in order to set up a polyphonic, multicultural and multidiscipline development plan. This is an approach that brings about a completely different take on perceiving an art piece, on a new world rising from the communicational horizons of the digital society, on an interoperability to be used in reconsidering the bond – either tight or weak – as the primus movens of creativity and of human feelings.
With Through the Words, the exhibition which will inaugurate Rocco Orlacchio's VOICE Gallery (Marrakech), the art duo establishes a new economy of intellectual exchange. Almost as if rearranging the pieces of a site-specific, emotional puzzle, Bianco-Valente actually builds particular mental interconnections to measure and connect different degrees of creativity, right up to the point of suggesting projects and programs in which the being proposes itself as singular and plural at the same time (to say it with Nancy).
The stitching performed on a cartographic picture snatched from the local culture, the photo cut-out sent to a friend to receive, in exchange, a written reference (completely built on the image received) or, the other way round, a text sent to a local (Marrakech) artist to see what image the text suggests to this artist-reader’s mind. Thus, Through the Words is a work plan in which the image weighs up the word as much as the word weighs up the image in a trip among the weave, the magic and the overlaps of life and its many meanings; all in all a life that remains the horizon in which the plot of the art piece is woven.

Ponti relazionali, coordinate partecipative e punti di contatto tra soggetti di diversa natura o estrazione culturale. Attraverso questi paesaggi linguistici Bianco-Valente hanno costruito, da tempo, un programma artistico che pone l'accento sul nomadismo visivo e sulla superconnesione (virtuale) per edificare un piano regolatore di stampo polifonico, multiculturale, pluridisciplinare. Un discorso, questo, che pone l'accento su un modo diverso di percepire l'opera. Su un nuovo mondo che sta affiorando dagli orizzonti comunicativi della società digitale. Su una interoperabilità utile a riconsiderare il legame – forte o debole che sia – come primus movens della creatività e delle sensazioni umane.Con Through the Words, personale che apre i battenti della VOICE Gallery (Marrakech) di Rocco Orlacchio, il duo artistico struttura una nuova economia di scambio intellettuale. Quasi a ricomporre le parti di un puzzle site specific emozionale Bianco-Valente costruiscono, difatti, alcune interconnessioni mentali per misurare e connettere gradi di creatività differente. Fino a suggerire viaggi multipli, progetti e programmi in cui l'essere si pone, contemporaneamente, singolare e plurale (per dirla con Nancy). La cucitura agìta su una illustrazione cartografica strappata alla cultura locale. Il ritaglio fotografico inviato ad un amico per ricevere, in cambio, uno scritto di riferimento (costruito integralmente sull'immagine ricevuta) o, d'altro canto, il testo spedito ad un artista autoctono (di Marrakech, appunto) per ottenere l'immagine che lo stesso testo ha suscitato nella mente del lettore. Through the Words é, dunque, un piano di lavoro in cui l'immagine pensa la parola tanto quanto la parola pensa l'immagine per intraprendere un viaggio tra le maglie, le magie e le sovrapposizioni della vita e delle tante accezioni che la riguardano. Di una vita che resta, fondamentalmente,  l'orizzonte dentro il quale si tesse la trama dell'opera.