22 July 2011

Valerio Rocco Orlando / ENDLESS (New York)



Through what kind of relationships can you imagine a better society? Starting from this question, ISCP alum Valerio Rocco Orlando will lead a discussion about relationships, community awareness, collective and individual identity with the public and current ISCP residents. A selection of writings developed during this discussion and book launch will be included in the forthcoming edition of the book Endless.

Endless (Mousse Publishing, 2011) is an open book, a shared portrait that will be composed over time, recounting stories, relationships and visions through the different experiences of Orlando's life with texts and contributions by Caroline Corbetta, Maria Paola Fimiani, Gilbert & George, Liam Gillick, Corrado Levi, Jean-Luc Nancy, Valerio Rocco Orlando, Mario Perniola, Ugo Rondinone and Luigi Zoja.

Valerio Rocco Orlando lives in Milan and New York. He received a BA in Dramaturgy from Università Cattolica in Milan and an MA in Film Directing from Queen Mary, University of London. Valerio Rocco Orlando won the ISCP New York Prize 2009 promoted by Parc/Seat/Gai and a Civitella Ranieri Foundation Fellowship in Visual Arts in 2011. 

Valerio Rocco Orlando / ENDLESS
Mousse Publishing, 2011
Galleria Tiziana Di Caro, Salerno

PRESENTAZIONE
(martedì 2 agosto · 18.30 - 20.30)
ISCP / International Studio & Curatorial Program
1040 Metropolitan Avenue
Brooklyn, NY

21 July 2011

Global Education


Global Education (2011) è un macro-progetto dedicato interamente alla formazione, all'istruzione, all'insegnamento di indispensabili riflessioni sul presente dell'arte e della vita comune. Costruito nel book-shop della Fondazione Malvina Menegaz (book-shop rimodellato dall'artista mediante i propri strumenti operativi), Global Education è anfiteatro di un nuovo progetto (e di una nuova avventura) interamente dedicato all’educazione e alle sue varie declinazioni attuali. Ad un felice apparato educativo, appunto, che mira non solo a riappropriarsi dell'etico, del sociale e del politico, ma anche a edificare un percorso costruttivo di stampo transnazionale e babelico che mette in luce i problemi, le gioie e i dolori della quotidianità.
I segni inconfondibili del network (Facebook, You Tube, Twitter ecc.), una lavagna interattiva che invita lo spettatore a lasciare un segnale o una traccia del proprio passaggio, le lettere di un sillabario formativo o la struttura assonometria dello spazio tracciata sul pavimento per invitare il pubblico ad entrare e riflettere sulla struttura stessa dell’area di lavoro.
Global Education è un progetto interattivo di taglio neodimensionale che chiama lo spettatore per avvolgerlo con stimoli visivi di diversa estrazione e natura culturale.
Fantasia di avvicinamento al concetto di Gesamtkunstwerk, Global Education si pone, ora, come compendio di tutte le arti e di tutti i linguaggi attuali per costruire un’opera d’arte integrale (di stampo planetario) il cui scopo è quello di offrire un sostegno o quantomeno una strada utile a leggere il mondo della vita e dei mille significati che la riguardano (Angelo Trimarco).

18 July 2011

Agitatevi. Organizzatevi. Studiate (Gramsci)

Com'è possibile che siano pochi, in Italia, a capire (o quantomeno a percepire) in quale stato delle cose sia ridotta la nostra nazione (e con lei il suo popolo)? Com'è possibile che una lobotomia totale abbia investito con violenza le nostre preziose menti riducendole ad un silenzio assordante? E com'è possibile che nessuno avverta quale e quanta degenerazione alberghi tra le fila maestre nella nostra civiltà?
Al di là delle varie destre o sinistre – dei centri e delle periferie della politica – uno dei problemi che investe il nostro paese, è, a mio parere, l'assenza di reale unione e compartecipazione. Di un pensiero singolare-plurale in grado di disarcionare alcune ingiustizie che guardiamo (e guardiamo soltanto con occhio distante e menefreghista) sfilare e colpire ogni singolo nucleo familiare con gravi fiscali appressanti.
L'unione e la compartecipazione sono termini (purtroppo soltanto termini) da rivitalizzare. E non solo da un punto di vista idealistico ma anche – soprattutto – pratico.
Per bloccare la marcia del marciume il singolo (ognuno di noi) deve affidarsi all'altro ed evitare un conformismo dilagante e degenerante. (Il conformista è davvero uno strano animale. Un camaleonte che si fa spazio, assieme all'arrivista, tra le maglie malate di una nazione moribonda).
Tuttavia oggi l'assenza di un pensiero critico nuoce gravemente alla salute non solo del singolo ma anche della specie.
Non rendersi conto dei profondi cambiamenti che l'Italia sta apportando al nostro sistema di vita è decisamente impossibile. La nausea che si prova di fronte ai vari privilegi di un parlamentare è, ad esempio, davvero esasperante e indecente.
L'italiano – questo era ed è il grande piano della politica italiana (e in questo ci sono riusciti appieno) – ha perso ogni interesse non solo per la politica della propria nazione ma anche per problematiche sociali o economiche. Il disinteresse ha preso il posto del dibattito e dell'azione. Di un pensiero – e di una vita activa (Hannah Arendt) – in grado di farsi reattore privilegiato per intavolare una denuncia mirata. Per ritornare a studiare. Ad organizzare dialoghi. Ad agitare e rinvigorire le nostre menti con indispensabili farmaci critici che sappiano spianare nuovi orizzonti di pensiero e formare nuove grammatiche analitiche sullo stato delle cose attuali.

15 July 2011

La perdita dell'arte nel suo valore economico

Il declino della critica condizionato, negli ultimi trent’anni, dall’inaridimento del suo indispensabile prefisso teorico, presenta tutte le caratteristiche di uno sviluppo smisurato dell’offerta, della domanda, della quantità di capitali preconfezionati, di servizi, di beni di consumo e di beni intermedi (per dirla con un classico dell’economia, Walras), che prefigurano e pianificano una velocità di smistamento dei materiali (dei prefabbricati artistici) tanto da generare una perdita di pausa riflessiva e un collasso di intervalli ripristinavi che servono tanto al critico quanto al teorico o all’estetologo per portare avanti il lavoro di valutazione. «Questo perché», lo ha evidenziato Stefania Zuliani, «il carosello espositivo che coinvolge il mondo dell'arte contemporanea se da un lato presuppone opere capaci di farsi integrare con facilità in costellazioni continuamente riscritte secondo parole d'ordine dettate per lo più da criteri di marketing e di immediata efficacia mediatica, d'altro canto implica anche una flessibilità estrema, se non un definitivo ritrarsi, dell'istanza teorica, un ostacolo più che una risorsa in un sistema che lavora sulla velocità di ricognizione e di informazione piuttosto che sul tempo lento e faticoso dell'analisi» (Stefania Zuliani).
Non a caso, proprio di recente anche Hal Foster ha sottolineato, in modo tagliente e incisivo, una rinuncia di campo da parte della critica dai circuiti istituzionali dell'arte (gallerie, fiere, musei, fondazioni ecc.) e un suo progressivo racchiudersi, ad esempio, tra le maglie sicure dell'accademismo.
«Sono numerosi i fattori che intralciano la critica d’arte. Non essendo richiesti dai musei, né tollerati dal mercato, alcuni critici si sono ritirati nelle università, mentre altri si sono inseriti nell’industria culturale, nei media, nella moda, e così via. […] i pochi spazi una volta riservati alla critica d’arte risultano drammaticamente ridotti, e i critici hanno seguito le orme degli artisti costretti a barattare l’attività critica con la sopravvivenza economica» (Hal Foster). La rinuncia e lo spostamento dell’attività critica dai circuiti istituzionali attivi (che non permettono più alcun tipo di riflessione) ad alcuni circuiti istituzionali più comodi o, se non altro, meno minati e blindati dall’establishment, ha sottolineato il tramonto dell'arte e delle sue storie (Hans Belting) per favorire l'alba di un mondo economico dell'arte che, in linea di massima, non nutre veri interessi per l'opera o per l'artista, ma svolge un business-plan che mira solo ed esclusivamente a dopare l'opera e l'artista di turno.
L'effetto prodotto da questo carosello espositivo è che, a livello internazionale, il profilo quantitativo molte volte prende il sopravvento sul profilo qualitativo generando un dislivello (senz’altro pianificato) che mira ad espandere il sistema proponendo all’indefinito sempre i medesimi eventi (le Fiere, le Biennali sparse per il mondo, le varie Documenta ecc.) e, allo stesso tempo, manifesta da una parte una chiara caduta del prefisso teorico e critico, dall’altra un forte aumento del profitto a discapito del valore effettivo dell'opera e dell'artista. A quanto pare, sulla bilancia dei valori, la critica, pur rientrando come bene immateriale del mercato (grazie alla pubblicità che produce, ad esempio, su quotidiani e riviste specializzate), dimostra un valore effettivo che è indice di scarsità all’interno di un profilo finanziario che non prevede perdite di capitale.
Del resto, che l'arte sia un investimento sicuro è, oggi, cosa riconosciuta. Il commercio dell'arte è – assieme alle tecnologie belliche (che soltanto dopo una forte metamorfosi clandestina si trasformano in beni comuni) – tra le realtà economiche più considerevoli del mondo. I suoi investimenti, studiati a tavolino, influenzano i mercati e i gusti personali. I loro vertici plasmano le strategie dell'Artworld, stabiliscono il valore di mercato di molte opere moderne e contemporanee (a volte davvero ambigue e poco suadenti) e, cosa grave, hanno la responsabilità di formare e deformare a loro piacimento il gusto pubblico per indirizzare il suo consenso verso gli affari globali. In breve, lo schema è perfetto e non ammette variazioni o sviature d'alcun genere.
Tuttavia, la wall street dell'arte garantisce una sopravvivenza meravigliosa soltanto agli agenti e ai ciclopi che scommettono, anticipano le mosse e si muovono con spregiudicatezza nel commercio artistico. D'altro canto c'è, nell'establshment culturale tutto un popolo di professionisti sottopagati – a volte finanche non pagati grazie all'escamotage del tirocinio di turno – che svolgono ruoli nevralgici. Si pensi, ad esempio, ai vari assistenti di galleria [che il più delle volte portano avanti il lavoro di galleria (preparano tutti i materiali per le fiere, costruiscono e aggiornano i book degli artisti della scuderia, installano opere, dialogano con i collezionisti e i grandi musei], ai vari assistenti museali, ai tuttofare delle fondazioni votate all'arte contemporanea o agli stessi critici che, inviati dal giornale di turno per seguire questa o quella mostra, non vengono neanche rimborsati per le spese di viaggio.
Pur di fare quello che desiderano, pur di soddisfare le loro passioni reali e la loro propria inclinazione, questi attori dell'Artworld e dell'Artwork si sottomettono ai lavori più imbarazzanti rispetto alla loro preparazione. E, per di più, vengono privati, poco a poco, di una esaltazione emotiva che si trasforma, spesso, in rabbia e in accumulo di delusioni.
Con questo voglio dire che ci sono – come in ogni sistema economico “che si rispetti” – degli sfruttamenti capillari preventivi che fruttano soltanto ai vertici ma distruggono senza alcuna pietà ogni tipo di ideale, di passionalità per un campo, quello dell'arte, sottomesso alle leggi spietate del Konsumgesellschaft (società dei consumi).
Nonostante ciò (e questa è una cosa davvero encomiabile), i precari dell'arte rispettano la riservatezza – forse per una innata dignità o per un amore smodato che mostrano per il vero mondo dell'arte e per il loro lavoro in quell'ambiente sin troppo anelato – per risparmiare l'eventuale imbarazzo che potrebbero produrre ai loro datori di lavoro.
Se organizziamo un gioco riflessivo di sottrazione di forza lavoro e prendiamo, come esempio limite, una fiera, una qualunque fiera internazionale, per depennare, appunto, dal personale impiegato, i sottopagati e, via via, i non retribuiti, il risultato di questo gioco sarebbe davvero spiacevole e devastante. Da una parte ci troveremmo di fronte a spazi semi-vuoti, dall'altra i datori di lavoro si troverebbero (sicuramente) di fronte ad una serie di problemi logistici da affrontare senza cognizione di causa. Ciò vuol significare che il lavoro portato avanti da questi operatori si presenta decisamente centrale e di primaria importanza in un mondo artistico che offre profitti vertiginosi, ma soltanto ai pochi fortunati di turno.

Meritocrazia? Una merce molto rara

Sempre i soliti nomi pompati dal mercato planetario. I soliti galleristi, i soliti curatori, i soliti critici e i soliti collezionisti che fanno il buono e il cattivo tempo. Le solite fondazioni per l'arte e sempre le solite festicciole. E poi, diciamocelo, sempre le solite opere che sembrano fatte con lo stampino, trite e ritrite, rispetto alle quali, con un po' di ipocrisia, ci mostriamo costantemente meravigliati e contenti. Senza contare i soliti poteri pubblici e le solite ambigue e narcisistiche iniziative private. Non è qualunquismo. Né tantomeno una risibile moda che mira a bruciare lo stato delle cose, ma un semplice dato di fatto.
Di cosa stiamo parlando? Di arte contemporanea, naturalmente. E di sistema. Di un sistema dell'arte (di un mercato dell'arte) che volge le spalle alla meritocrazia e promuove pacchetti esclusivi, studiati a tavolino. Progetti senza sbavature e – in molti casi – senza alcun tipo di respiro critico.
Come le opere d'arte, anche la libertà è diventata, oggi, una merce molto rara. Un miraggio lontano, secondo alcuni. In Italia, ad esempio, i veri intellettuali sono stati imbavagliati a dovere. Se qualcuno si pone controcorrente – controregime – viene immediatamente sabotato o asportato radicalmente dai pesi massimi dell'Artworld, della politica e dell'informazione.
Tuttavia non è soltanto in Italia che il potere cerca di annullare il sapere per favorire una lobotomia del pensiero critico e generare un'appropriata misura di controllo collettivo, di conformismo e di omogeneizzazione.