L'arte, ha evidenziato Dorfles nel suo Discorso tecnico delle arti (1952), è il risultato di un felice compromesso che scaturisce dall'incontro dell'idea («le idee sono prototipi» ha detto Sant'Agostino) con le tecniche e i materiali utilizzati dall'artista per realizzare – mettere in forma, appunto – il proprio pensiero. È una storia del manuale e del mentale, «degli strumenti e delle materie». Ma anche una narrazione che «non porge manuali» appropriati sugli esperimenti compiuti nei secoli per ricercare (e modificare) i materiali idonei per elaborare sostanze cromaticamente appropriate, per produrre fluidi collanti e squillanti, per innescare processi chimici e alchemici che hanno costituito, nel tempo, il panorama dell'arte, dei trucchi e dei segni umani. Cos'è, del resto, la pittura, se non un linguaggio alchemico? Un territorio di conquista e di produzione per coagulare, distillare, macerare e riverberare le cose?
A questo panorama – a questi interrogativi sciolti in un titolo secco (What Paintings Is. How to Thing about Oil Painting Using the Language of Alchemy) che non lascia vie di scampo e non produce alcuna ambiguità, James Elkins ha dedicato un saggio affascinante: un viaggio che disegna, con pazienza, le maglie (le magie?) di uno scenario che muove dalla ricerca della natura organica della memoria per ritrovare e ricostruire «il primo segno dell'opus» (la materia al nero dell'alchimista), la traccia atavica della pittura, il territorio dell'artista, dello scienziato e del mago.
L'elegante edizione italiana di questo libro, un'edizione a cura di Tiziana Migliore (indispensabile il suo intervento in postfazione – Dipingere: i segni e le sostanze) e pubblicata dalla casa editrice Mimesis di Milano – n. 6 della collana Insegne (diretta da Paolo Fabbri e Gianfranco Marrone) –, rappresenta, ora, una nuova conquista per approfondire questi sentieri che elogiano le declinazioni della pittura. Di un linguaggio autonomo – evidenzia Elkins.
La pittura cos'è. Un linguaggio alchemico. Questa la traduzione italiana del libro. Di un'esplorazione serrata nei dedali della ricerca fenomenologica con direttive ermeneutiche e alcune tematiche di epistemologia pedagogica alla cui base è possibile scorgere il senso di un ritorno felice ai brani dell'uomo e della sua solitudine prima.
«L'alchimia», suggerisce l'autore, «è l'arte che sa come ottenere una sostanza che nessuna formula può descrivere. Conosce il particolare tumulto di pensieri che trova espressione nei colori. È la vecchia scienza di ingegnarsi a lavorare con le materie senza capire esattamente cosa accade: proprio come faceva Manet e come fa ogni pittore tutti i giorni nel suo studio».
Diviso in nove capitoli – Breve corso per dimenticare la chimica, Come contare con oli e pietre, La materia prima ammuffita, Come le sostanze occupano la mente, Coagulare, distillare, macerare, riverberare, Lo studio come forma di psicosi, Improgressività, La bellissima luce rossastra della pietra filosofale e Ultime parole – il volume spinge allora lo sguardo al di là della pittura, in una serie di laboratori del sapere, suggerisce Tiziana Migliore, in cui è possibile ritrovare le varie «sostanze della pittura, colte nelle loro trasformazioni», nei loro incantesimi (e incanti) naturali.