Nomadismo, strabismo, memoria e
presenza del passato. Ma anche attraversamento, ricomparsa e
ripetizione differente. O, ancora, felice ritorno ai recinti del
linguaggio, della tradizione, della traduzione e del tradimento
legittimo. Attorno a questi temi, negli anni Ottanta del Novecento,
si apre una discussione incandescente che – sull'onda del
postmoderno – disegna mappe teoriche, crea eventi, mostre
esemplari, pensieri e giochi linguistici per ricostruire i programmi
teorici della critica d'arte italiana ed internazionale.
I Nuovi Nuovi (1970) e il caso di Carlo
Maria Mariani (1975) che permettono a Barilli di riaprire il dossier
De Chirico. La Pittura Colta (1982) di Italo Mussa e l'Anacronismo (o
pittura della memoria) messo in campo da Maurizio Calvesi. E poi
l'Ipermanierismo inventato da Italo Tommasoni. Flavio Caroli che
propone – dopo la Nuova immagine – l’etichetta del Magico
Primario (1982). O la Nuova Maniera Italiana suggerita da Giuseppe
Gatt e la via del Nuovo Futurismo individuata ancora da
Barilli. Sono tutte mostre, saggi visivi, ipotesi teoriche nate per
raccontare un fermento culturale che apre le strade ad un nuovo
racconto dell'arte e della critica. All'interno di questo brano di
storia Aperto '80, sezione della XXXIXa Biennale di Venezia
stabilisce e segna, immediatamente dopo quel rapporto sul sapere con
cui Lyotard evidenziava l'insorgere di una condition postmoderne,
l'origine di un discorso che non solo guarda e oltrepassa le regioni
(e le ragioni) artistiche degli anni Settanta del XX secolo ma sposta
l'asse riflessivo sulla pluralità dei linguaggi, sulle tecniche e i
materiali dell'arte. Così, dopo «il freddo del concettuale» (Trimarco),
l'arte torna «dentro il riparo e il recinto del linguaggio», luogo
in cui l'opera «diventa il momento di un funzionamento energetico
che trova dentro di sé la forza dell'acceleramento e dell'inerzia» (ABO).
Con Aperto '80 non solo si assiste alla
nascita di una sezione speciale dedicata agli artisti emergenti (una
sezione che avrà altre importanti edizioni), ma anche
all'apparizione e alla legittimazione, nel circuito della Biennale
veneziana, dei cinque protagonisti della Transavanguardia italiana
(Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e
Mimmo Paladino).
Ideata e curata da Achille Bonito Oliva
e Harald Szeemann per i Magazzini del Sale alle Zattere (Dorsoduro),
Aperto indica, appunto, il passaggio ad una generazione che
tratteggia i campi generali dell'arte e della critica immediatamente
dopo la fine dei grandi racconti.
Un discorso, questo, che trova terreno
fertile sul finire del 1979 quando Achille Bonito Oliva pubblica
sulla rivista «Flash Art», un articolo intitolato La
trans-avanguardia italiana. Un vero e proprio terremoto teorico che,
nell'arco di pochissimo tempo e con una serie di mostre, scavalca
tutte le varie definizioni postmoderne – Pittura Colta, Nuovi
Nuovi, Magico Primario, Ipermanierismo, Nuova Maniera Italiana, Nuovo
Futurismo e Anacronismo appunto – per porsi come centro gravitazionale di un
discorso teso a evidenziare e attraversare i lineamenti generali
dell'arte degli anni Ottanta.
Un programma che Bonito Oliva
costruisce prima sul piano della teoria – L'ideologia del traditore
(1976), i suoi prefissi teorici, la trinità dei termini che
compongono l'indice, rimanda, assieme al successivo Passo dello
strabismo (1978), ai principi della Transavanguardia – e poi, quasi
a giocare d'attacco, lungo un vivacissimo succedersi di mostre pilota
che impongono, via via, la Transavanguardia sul tavoliere planetario
dell'arte e della critica.
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