14 June 2012

Gli spazi della critica. Il dibattito teorico attraverso le mostre 1980-2010 / Anni Ottanta # 1


Nomadismo, strabismo, memoria e presenza del passato. Ma anche attraversamento, ricomparsa e ripetizione differente. O, ancora, felice ritorno ai recinti del linguaggio, della tradizione, della traduzione e del tradimento legittimo. Attorno a questi temi, negli anni Ottanta del Novecento, si apre una discussione incandescente che – sull'onda del postmoderno – disegna mappe teoriche, crea eventi, mostre esemplari, pensieri e giochi linguistici per ricostruire i programmi teorici della critica d'arte italiana ed internazionale.
I Nuovi Nuovi (1970) e il caso di Carlo Maria Mariani (1975) che permettono a Barilli di riaprire il dossier De Chirico. La Pittura Colta (1982) di Italo Mussa e l'Anacronismo (o pittura della memoria) messo in campo da Maurizio Calvesi. E poi l'Ipermanierismo inventato da Italo Tommasoni. Flavio Caroli che propone – dopo la Nuova immagine – l’etichetta del Magico Primario (1982). O la Nuova Maniera Italiana suggerita da Giuseppe Gatt e la via del Nuovo Futurismo individuata ancora da Barilli. Sono tutte mostre, saggi visivi, ipotesi teoriche nate per raccontare un fermento culturale che apre le strade ad un nuovo racconto dell'arte e della critica. All'interno di questo brano di storia Aperto '80, sezione della XXXIXa Biennale di Venezia stabilisce e segna, immediatamente dopo quel rapporto sul sapere con cui Lyotard evidenziava l'insorgere di una condition postmoderne, l'origine di un discorso che non solo guarda e oltrepassa le regioni (e le ragioni) artistiche degli anni Settanta del XX secolo ma sposta l'asse riflessivo sulla pluralità dei linguaggi, sulle tecniche e i materiali dell'arte. Così, dopo «il freddo del concettuale» (Trimarco), l'arte torna «dentro il riparo e il recinto del linguaggio», luogo in cui l'opera «diventa il momento di un funzionamento energetico che trova dentro di sé la forza dell'acceleramento e dell'inerzia» (ABO).
Con Aperto '80 non solo si assiste alla nascita di una sezione speciale dedicata agli artisti emergenti (una sezione che avrà altre importanti edizioni), ma anche all'apparizione e alla legittimazione, nel circuito della Biennale veneziana, dei cinque protagonisti della Transavanguardia italiana (Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino).
Ideata e curata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann per i Magazzini del Sale alle Zattere (Dorsoduro), Aperto indica, appunto, il passaggio ad una generazione che tratteggia i campi generali dell'arte e della critica immediatamente dopo la fine dei grandi racconti.
Un discorso, questo, che trova terreno fertile sul finire del 1979 quando Achille Bonito Oliva pubblica sulla rivista «Flash Art», un articolo intitolato La trans-avanguardia italiana. Un vero e proprio terremoto teorico che, nell'arco di pochissimo tempo e con una serie di mostre, scavalca tutte le varie definizioni postmoderne – Pittura Colta, Nuovi Nuovi, Magico Primario, Ipermanierismo, Nuova Maniera Italiana, Nuovo Futurismo e Anacronismo appunto – per porsi come centro gravitazionale di un discorso teso a evidenziare e attraversare i lineamenti generali dell'arte degli anni Ottanta.
Un programma che Bonito Oliva costruisce prima sul piano della teoria – L'ideologia del traditore (1976), i suoi prefissi teorici, la trinità dei termini che compongono l'indice, rimanda, assieme al successivo Passo dello strabismo (1978), ai principi della Transavanguardia – e poi, quasi a giocare d'attacco, lungo un vivacissimo succedersi di mostre pilota che impongono, via via, la Transavanguardia sul tavoliere planetario dell'arte e della critica.

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